Quattro santi e un'offerente

Quattro santi e un’offerente

1410-1430
Tempera su tavola
| Cm 56 x 56

Oltre al Santo in abiti regali non identificabile a causa della decurtazione della tavola, vi figurano i Santi Francesco, Giacomo maggiore e Antonio abate. Il primo santo a sinistra emerse da sotto una ridipintura in seguito al restauro eseguito in occasione della mostra dedicata al Trecento bolognese (bologna 1950), alla quale il dipinto figurò con n. 108. Le osservazioni compiute nel corso del restauro di recente condotto sulla pietà già nella stessa raccolta ed ora in Pinacoteca hanno confermato l’ipotesi più volte espressa (Barbantini 1918; Padovani 1974) circa la provenienza di entrambi i dipinti da un’unica tavola, che comprendeva probabilmente altre raffigurazioni e la cui originaria conformazione rimane peraltro difficile da immaginare. Già riferito a Giotto quando di trovava nella collezione Lombardi, il dipinto venne studiato dopo il suo passaggio in collezione Saroli da Barbantini (1918), propenso ad associargli la Pietà allora conservata nella stessa raccolta e ad ipotizzare per entrambe le tavole una provenienza dal convento di Sant’Antonio in Polesine, sulla base della presenza del Santo omonimo e di una devota in abiti monacali. In seguito figurò alla Mostra del Rinascimento ferrarese (1933) come opera di un “Ferrarese verso il 1440”.
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L’attribuzione a Giovanni da Modena venne formulata da Longhi (1934), che ne traeva pretesto per una riconsiderazione del ruolo da questi svolto entro la cultura padana. Impostando la sua dimostrazione sui tratti fisionomici sai simili che legano la figura di San Francesco a quella che compare nel Crocifisso di Giovanni ora in Pinacoteca a Bologna, egli ipotizzava, sulla base della presunta provenienza della tavola, un soggiorno ferrarese di Giovanni: ipotesi che appare tuttora imprescindibile, al fine di spiegare taluni aspetti della cultura estense che fanno appunto riferimento all’insegnamento del grande modenese. tuttavia dopo una prima accoglienza favorevole, ascrizione al caposcuola un persona della tavola già Massari (che nel frattempo Padovani, 1974, aveva esteso all’altro frammento di Pietà, da lei pubblicato) è stata posta in dubbio sia da Ragghianti (1972) sia, più recentemente da Grand (in Vignola 1988). Ciò che non sembra convincere ai fini dell’ascrizione delle due tavole a Giovanni da Modena è il fatto che esse si richiamino a soluzioni e a tipologie proprie del caposcuola, “ma non senza vistose semplificazioni e ancor più squisite divagazioni, come quella dii mostrarci [San Francesco] mentre calpesta un lembo della veste al vicino SAn Giacomo […] Né sembra deporre in favore di Giovanni il rinchiudersi dell’immagine nei limiti di una composta drammaturgia, privi di quegli eccessi di asprezza drammatica toccati dall’artista nel corso del terzo decennio,m ma in qualche misura latenti anche nelle sue più abituali espressioni di massima affidabilità” (Grandi 1988). L’estrazione propriamente ferrarese delle due tavole, già sospettata da Ragghianti, diviene evidente notando come talune soluzioni, ad esempio nelle capigliature sovrabbondanti e nelle volute grasse dei panneggi (si veda ad esempio il perizoma di Cristo sul sepolcro nella tavola compagna), preannunciano le sigle accomodate e divaganto del Maestro di Casa Pendagli: insieme al cosiddetto “Stefano” da Ferrara attivo nel palazzo della Ragione di Padova, l’attività di questo anonimo artista viene pertanto a prospettare i termini di un tempestivo seguito incontrato da Giovanni da Modena in area estense, che si arricchisce peraltro di apporti più esclusivi e forse direttamente nordici, come è stato indicato da Tombini (1988, in corso di stampa) attraverso la pubblicazione di una Crocefissione già in collezione Duveen, riferita in passato alla scuola borgognona e spettante invece a questo stesso maestro.
A cura di J.Bentini, La pinacoteca nazionale di Ferrara, catalogo generale. Nuova Alfa Editoriale, Bologna, 1992


Identificativo: 76 [522]

Acquisizione: 1973

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